Dal GIORNALE DI VICENZA del 30 ottobre 2016

mostra frammenti bassanoQuanto l’Italia non era ancora schierata, Bassano la guerra l’aveva già in casa. Lo rivelano i flussi degli emigranti presto respinti dalle cinque potenze europee che tra il 28 luglio e il 4 agosto 1914 indossarono l’elmetto e da tutti gli altri Stati che seguirono. Il sindaco Antonibon ebbe il suo bel daffare ad occupare in lavori pubblici tante braccia di ritorno, ma fu chiaro subito che la cittadina fatalmente prossima al confine austroungarico in Valsugana, sarebbe divenuta un terreno logistico militare.

Bassano ebbe il ruolo di prima retrovia e questo stravolse il volto della città e condizionò pesantemente la vita quotidiana dei suoi 18 mila abitanti.
Le ferite di allora sono divenute frammenti e l’intento della mostra aperta da oggi al 19 febbraio 2017 al Museo civico di Bassano è proprio quello di ricomporre la memoria. Al piano superiore infatti c’è una scritta che si legge solo da lontano: avvicinandosi le parole si offuscano, il pubblico ne sarà incuriosito. E’ la metafora della storia che solo con lo sguardo prospettico del tempo aiuta a dimensionare gli eventi.

Questa e altre soluzioni si debbono a Giuliano Basso che ha firmato l’allestimento, al curatore Paolo Pozzato e a Ruggero Dal Molin, privato collezionista che ha riversato in un archivio web oggi molto frequentato migliaia di documenti e di fotografie sulla Grande Guerra. La mostra “Frammenti 1914-1918,2016” è frutto di una sinergia pubblica (Comune e Museo civico con i suoi archivi) e privato (documenti Dal Molin) che è diventata rete nel momento in cui - col biglietto unico a 10 euro - i visitatori possono fare tappa anche al Museo Hemingway a Ca’ Erizzo di Bassano e alla mostra di foto ”Ferro, fuoco e sangue!” a palazzo Chiericati a Vicenza.

Il percorso vale e arricchisce la lettura del conflitto. Al piano terra la città è allo specchio nei documenti fotografici; al primo piano parlano i foresti, gli scrittori come D’Annunzio e gli ufficiali coraggiosi come Mese e Viola, gli eventi che maturarono dopo la Guerra. Tra questi la costruzione del Tempio Ossario fino alla grande impresa del Sacrario militare del Grappa dove riposano 23 mila caduti, un’architettura di Giovanni Greppi incaricato in età già fascista di chiudere con i sacrari interrati per portare in piena luce i nomi degli eroi.

Tra le immagini che documentano la costruzione ed il progetto, c’è anche quella di una gigantesca Patria in gesso davanti al portale Roma: il prototipo non divenne mai scultura, forse perchè avrebbe offuscato la Madonna del Grappa, voluta in vetta nel 1901 da mons. Giuseppe Sarto che sarà papa Pio X.

Una fotografia aerea di Bassano lungo il corridoio d’accesso, ingombra di cartoline e fogli sospinti dal vento, insieme ad una gigantografia del Grappa che sarà il doloroso campo di battaglia, introducono ad un percorso lineare tra tracce dei bombardamenti - il Ponte degli Alpini è il primo ad essere colpito nel settembre 1915, morì un ragazzetto di Solagna - e macerie sulle quali la gente innalza orgogliosamente il tricolore. La città è in guerra, anche se non è in trincea. Parte delle mure verranno demolite, viene inaugurato il Ponte Nuovo nel 1917, la caserma Cimberle Ferrari diventa ospedale presto saturo, se ne apriranno altri nella scuola elementare, al Bellavitis, a villa Vanzo. Ca’ Erizzo diventa quartier generale della Croce rossa americana, Santa Caterina sarà parco automezzi, la stazione diverrà obiettivo nevralgico con officine e genio. A Casoni di Mussolente aprirà un aeroporto. Le famiglie benestanti già nel 1915 organizzano sostegni ai profughi e ai feriti. Teresa Guerrato Nardini ne sarà l’esempio più fulgido, aprendo perfino la sua casa. Sarà lei a intrattenere rapporti con la Brigata Sassari, a conoscere il capitano scrittore Emilio Lussu. Divenuto ministro, non dimenticò mai Bassano e chi l’aveva aiutato. Le foto diventano scenografie tridimensionali e si entra nelle famiglie svuotate dai lutti, tra ordinanze municipali per calmierare i prezzi e commosse richieste di aiuto: come quella di padre boemo, Francesco Hochberger che scrive al sindaco di Bassano nel 1920. Non ha notizie del figlio Enrico imprigionato nell’ottobre 1918. «Sono un povero nonno e amo mio figlio come Lei ama i suoi bambini». Dopo Caporetto e il grande esodo, giorni terribili col fronte lì a pochi chilometri. Ma Bassano si salvò e oggi lo racconta.

Nicoletta Martelletto

 

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